Flabello
Proveniente dall’abbazia di Saint-Philibert a Tournus e pervenuto, attraverso il legato Louis Carrand, al Museo Nazionale del Bargello, il flabello è un unicum nella raccolta degli avori fiorentini sia dal punto di vista tipologico che stilistico. Fin dal passato ha goduto di grande fortuna critica: nel 1717 fu riconosciuto dai padri Martène e Durand come opera carolingia, nel 1733 venne descritto da Pierre Juénin che trascrisse le iscrizioni e lo fece riprodurre in incisione; nel XIX secolo, poi, il flabello è stato oggetto anche dell’interesse di Alexandre du Sommerard che gli dedicò una tavola nel suo Album. Si tratta di un ventaglio liturgico dedicato alla Vergine e a san Filiberto e destinato, come specificano le iscrizioni, a rinfrescare l’aria e ad allontanare mosche nere e altri insetti ‘immondi’, comparati ai demoni. Oggetto tipico della liturgia nel Medioevo in Occidente, il flabello è una suppellettile molto rara: ne esistono soltanto altri due esemplari: uno più tardo (XII secolo?) nel Tesoro della Cattedrale di Canosa di Puglia e uno nel Tesoro del Duomo di Monza, risalente con probabilità all’età carolingia ma privo della decorazione sontuosa del ventaglio del Bargello. Il Flabellum di Tournus è inoltre l’unico completo della parte superiore in pergamena. Per l’altissima qualità dell’intaglio eburneo e della pittura, ispirati a modelli antichi e tardo-imperiali, è ricondotto all’ambiente artistico della corte di Carlo il Calvo, negli anni 870 circa. La presenza nei lati minori della stecca di scene virgiliane, desunte da uno o più modelli antichi, si spiega con la predilezione dei letterati carolingi per Virgilio e col fatto che la Egloga IV ne faceva, ai loro occhi, un profeta di Cristo. La figura del pastore Melibeo che, nella prima Egloga, piange la sua patria, allude, secondo la critica, alle disgrazie dei monaci di Saint-Philibert, che attaccati più volte dai pirati normanni, fuggirono dall’isola di Noirmoutier, portando con sé le reliquie di san Filiberto, in un lungo pellegrinare durato quarant’anni, descritto in un racconto dal monaco Ermentario († 868) nel IX secolo. Rifugiatisi prima a Deas (oggi Saint- Philibert-de-Grand-Lieu), dove depositarono le reliquie nell’836, ripresero la fuga verso Cunault nel 847, dove le reliquie giunsero solo nell’858. Nell’862 i monaci lasciarono quel luogo, sempre con le reliquie del santo patrono, e si stabilirono a Messay (presso Moncontour). Nell’868 la comunità ricevette una donazione da parte di Geilo, figlio del conte Geilo, personaggio legato alla corte del re d’Aquitania Ludovico il Balbo, figlio di Carlo il Calvo. Il giovane Geilo, che aveva vestito l’abito monastico, fu nominato abate nell’870 e ottenne da Carlo il Calvo un nuovo rifugio per i monaci prima a Goudet, poi a Saint-Pourçain (871) e infine nell’abbazia di Saint-Valérien a Tournus (875). Attribuito dapprima alla regione di Tours, con datazione alla metà del IX secolo (Goldschmidt 1914; Skubiszewski 1998), o a una manifattura influenzata dalle scuole di Corbie e di Tours prima dell’847 (Eitner 1944), il flabello è invece una creazione della corte di Carlo il Calvo. Esso, secondo Gaborit-Chopin, trova confronti con la Placca del Paradiso terrestre del Louvre e nell’ornamento della Cathedra Petri in Vaticano (Gaborit-Chopin in Ciseri 2018, pp. 100-101). La decorazione della pergamena fornisce le medesime coordinate e mostra la collaborazione di due artisti: le figure dei santi, goffe e tarchiate, possono riferirsi alle miniature della scuola d Tours nella prima metà del IX secolo, mentre i grandi girali d’acanto trovano un parallelo nei decori dei codici eseguiti per Drogone, vescovo di Metz (ante 1855) e soprattutto in quelli del Sacramentario di Carlo il Calvo (Metz, 869 ca; Parigi, Bibliothèque nazionale de France, ms. lat. 1141). Una datazione affine, secondo la critica, è attendibile inoltre per l’uso dell’avorio di tricheco, impiegato nei rilievi della stecca, per far fronte alla penuria di avorio di elefante. Quanto alla committenza, il flabello con tutta probabilità fu realizzato per i monaci di Saint-Philibert, cui venne offerto dal giovane Geilo nell’868, subito dopo la morte di suo padre, il conte Geilo. Oltre all’iscrizione “Iohel me […] feci”, che rievoca un gioco di assonanze con il nome Geilo, la presenza sul foglio pieghettato del “Iudex”, ovvero il conte, e del “Levita”, cioè il monaco, sembrano poter rappresentare i due Geilo (Gaborit-Chopin in Ciseri 2018, p. 101). Di recente Long ha approfondito l’iconografia del flabellum, partendo dal ruolo che esso aveva nel proteggere l’eucarestia e ricostruendo la volontà carolingia di rivendicare il patrimonio culturale dell’Antica Roma (cfr. Long 2019).
Scheda tecnica
| Titolo dell'opera | Flabello |
|---|---|
| Data | 870 |
| Tecnica | avorio di tricheco/ incisione, intaglio, osso/ intaglio, pittura, legno, stoffa, pergamena/ pittura |
| Inventari |
Inv. Collezione Carrand (Bargello) n. 31
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| Collezione | Museo del Bargello |